Una prospettiva cristiana
Raccontiamo il lavoro alle nuove generazioni

Pubblicata l’edizione italiana del libro di Lester DeKoster, scrittore ed editore americano protestante, uno dei più convinti sostenitori del significato intrinsecamente teologico del lavoro umano e della sua dimensione strutturalmente trascendente

A distanza di trent’anni, viene pubblicata in Italia l’opera dello scrittore ed editore protestante americano Lester DeKoster (1916-2009) Cos’è il lavoro? Una prospettiva cristiana (Cantagalli, Siena 2014, pp. 144, Euro 9,50). Personalità creativa, tanto atipica quanto eclettica (quando morì la sua biblioteca personale ammontava a circa 10.000 libri) e pressoché sconosciuta in Italia, DeKoster nel secolo scorso fu uno dei più convinti sostenitori del significato intrinsecamente teologico del lavoro umano e della sua dimensione strutturalmente trascendente.

Il lavoro pubblicato da Cantagalli, che uscì sul mercato americano per la Christian’s Library Press nel 1982 (Work – The meaning of your life: a Christian prospective), non perde però affatto di attualità. Basta pensare alla progressiva perdita di senso del lavoro del nostro momento storico, in cui il problema del lavoro e dell’occupazione rappresenta un’autentica piaga sociale: oltre ai disoccupati e precari d’Italia, un grande dramma sono i 2,2 milioni di Neet (not in education, employment or training); l’Ocse ci dice infatti che sarebbero oltre 2 milioni i giovani (più del 20% della popolazione nazionale di riferimento) che non sono iscritti né a scuola, né all’università, né lavorano e nemmeno seguono corsi di formazione o di aggiornamento professionale. Secondo uno studio Eurofound, gli inattivi italiani costano allo Stato 26 miliardi di euro all’anno al netto delle mancate tasse, dei costi indiretti in termini di salute e criminalità, oltre che di perdita di competitività sociale. Evidentemente a questi 2,2 milioni di giovani nessuno ha mai spiegato cos’è il lavoro, nessuno ha mai raccontato la bellezza del lavoro. Questo perché nemmeno gli adulti lo hanno capito, o meglio, pochi di loro lo hanno capito. Lavorare è lavorare per gli altri, e la marginalizzazione dei giovani dal nostro mercato è una scelta suicida: la “fuga di cervelli” priva l’Italia di potenzialità e competenze straordinarie nei settori che più fanno crescere l’economia, quali l’innovazione, la ricerca e lo sviluppo.

Arricchita dall’introduzione di Monsignor Giampaolo Crepaldi, dai contributi del segretario della Cisl Raffaele Bonanni e dell’imprenditore Stafano Colli-Lanzi, l’edizione italiana della monografia di DeKoster offre risposte puntuali e dimostra come il lavoro dia senso alla vita, partecipi alla costruzione della civiltà, formi e plasmi l’uomo. Una prospettiva attuale ed alternativa ai tanti altri scritti sull’argomento, che analizza il lavoro nella sua essenza più intima.

Curioso come in occasione delle due prime presentazioni in Italia, abbiano aderito e partecipato studiosi di differenti estrazioni culturali, uniti tuttavia dall’idea centrale del libro, la trascendenza del lavoro nel rapporto uomo-società e civiltà (direbbero i non credenti) e nel rapporto uomo-Dio (direbbero i credenti): Francesco Forte (allievo di L. Einaudi), Giulio Sapelli, Giulio Giorello (ateo ma grande conoscitore ed estimatore di Calvino), Francesco Botturi (Prorettore Università Cattolica di Milano), Sergio Belardinelli oltre a Raffele Bonanni e, anche, Mons. Longoni (Responsabile Nazionale CEI Pastorale Sociale e del Lavoro).

Proprio in occasione della presentazione romana (3 giungo), come curatore del libro ho ricevuto una lettera di ringraziamento da parte del Presidente della Repubblica, a cui l’editore Cantagalli ha fatto pervenire una copia del testo. Giorgio Napolitano ancora una volta conferma la sua sensibilità sui problemi del lavoro e delle nuove generazioni. Aspettiamo un segnale anche dalla politica e magari qualche intervento strutturale pro-giovani e qualche idea per rispondere al fenomeno della neet generation: in Germania hanno fatto cose sperimentali ed interessanti, in Italia continuiamo a parlare dei “bamboccioni”. Ma questa è un’altra storia.

20/06/2014
Giuseppe Sabella
Twitter Facebook