SHOAH
Giornata della Memoria: Liliana Segre parla a 2.400 giovani

Sopravvissuta ad Auschwitz, da anni racconta l'orrore dello sterminio del popolo ebraico alle nuove generazioni. L'anno scorso era stata ospite alla Cisl di Milano.

2.400 studenti sono venuti al Teatro degli Arcimboldi ad ascoltare Liliana Segre, una delle ultime persone ancora in vita, sopravvissute all’inferno di Auschwitz. L’iniziativa è stata promossa, in occasione della Giornata della Memoria, dall’Associazione Figli della Shoah. Un tavolino sul palco - a fianco l’ex direttore del Corriere della Sera e attuale presidente della Fondazione Memoriale della Shoah, Ferruccio de Bortoli -, Segre ha parlato, “da nonna ai propri nipoti”, per quasi un’ora e mezza. Tempo volato, nel silenzio. Ha ripercorso la sua storia di bambina nata a Milano nel 1930, in una famiglia ebraica laica, che nel 1938, in concomitanza con la promulgazione delle leggi razziali volute da Mussolini, è precipitata in un incubo: “A 8 anni sono stata espulsa dalla scuola. Perché mi dicevo? Espulsa, quel termine mi è rimasto attaccato addosso. Da ragazzina serena, ho cominciato ad avere paura. Ero terrorizzata dalla polizia fascista che entrava nelle case”.

Segre ha raccontato la sua giovane vita in fuga, l’amore per il papà Alberto (era orfana di madre) e per i nonni divenuti, come lei stessa, “nemici della Patria” per il solo fatto di essere nati. E poi Liliana che si iscrive in una scuola privata; Liliana sfollata in montagna a casa di amici (“che rischiavano la vita per noi, ospitare ebrei era pericolosissimo”) perché era troppo rischioso restare in città; Liliana che scappa in Svizzera con il papà, supera il confine sopra Varese da clandestina (“Io clandestina, anch’io ho passato un confine che non potevo passare!!!”, ogni riferimento all’attualità è voluto) con l’aiuto (pagato) dei contrabbandieri (“gli scafisti di oggi”), ma poi viene rimandata indietro da un inflessibile e disumano ufficiale del Comune cantonale di Arzo. Quindi la cattura; la prigione a San Vittore (40 giorni); il breve viaggio in camion lungo le vie di una Milano indifferente (“gli unici che ci hanno confortato sono stati i carcerati, gli unici che hanno mostrato pietà”), verso il binario 21 della Stazione Centrale (oggi sede del Memoriale della Shoah), la galleria sotterranea da cui partivano i treni carichi di ebrei e deportati politici per i lager del Terzo Reich (i viaggi furono 23 in tutto).

Lei (e il papà) lasciarono Milano il 30 gennaio 1944, con un convoglio stipato di 605 persone. Un viaggio di quasi una settimana, in condizioni terribili, e poi l’arrivo alla rampa di Auschwitz-Birkenau. Qui la selezioni da parte delle SS: gli abili (per il lavoro) da una parte, gli inabili dall’altra, subito alle camere a gas e ai forni crematori: “Mi separarono da mio papà, fu terribile. Lasciai al sua mano, non sapevo che sarebbe stato per sempre”. Dei 605 in arrivo dal capoluogo lombardo, si salvarono “momentaneamente” in un centinaio (tra cui 31 donne), ma alla fine della guerra tornarono a casa solo 22. Alberto Segre, il papà di Liliana, morì il 27 aprile 1944: “Nel campo chiedevo informazioni a tutti, ma nessuno sapeva nulla di lui. Al ritorno, per lunghi anni non ho voluto informarmi sulla sua fine”. Liliana è stata ad Auschwitz circa un anno e mezzo. Ha lavorato come operaia-schiava in un’industria bellica. Ha superato altre tre selezioni con le sue compagne, condotte dal famigerato dottor Mengele, “l’angelo della morte” (“in coda, nude, rapate, con il petto incavato, trattate senza dignità, passavamo terrorizzate davanti ai medici delle SS che potevano decidere della nostra vita con un semplice cenno”); ha cercato di sopravvivere in ogni modo, ripetendo come un mantra “voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, il mio spirito vola sopra il filo spinato”; è diventata cattiva, “una belva ferita”. E alla fine ce l’ha fatta.

Il giorno della liberazione, con i nazisti che si mettevano in borghese per paura di essere arrestati, avrebbe avuto la possibilità di prendere la pistola abbandonata da un ufficiale delle SS ed ucciderlo: “Ho avuto la tentazione per un attimo, ma ho resistito. Mi sono detta: Liliana tu hai sempre scelto la vita, e ora non puoi dare la morte. Da quel momento sono stata la donna libera e di pace che sono anche adesso”. Segre non ha raccontato la sua storia per anni. Ha cominciato quando è diventata nonna. Ai suoi nipoti. Come i 2.400 che sono venuti ad ascoltarla al Teatro degli Arcimboldi.

 

30/01/2017
Mauro Cereda - mauro.cereda@cisl.it
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