COMMENTO
Un welfare a misura d'uomo

Persone e non semplici numeri. Questa è la sfida del nuovo welfare che si sta costruendo nei luoghi di lavori e nei territori.

 

In sintesi, oggi, la situazione è questa:


• Nei contratti di lavoro e negli accordi aziendali i servizi di welfare (che, per intenderci, non sono i buoni palestra o altri benefit del genere) assumono crescente importanza, soprattutto in una fase di ristrettezza economica e di scarse possibilità d’incidere sui salari. La condizione per usufruire di questi benefici è che una persona abbia un contratto di lavoro. Non sempre però è così: ci sono i pensionati, i disoccupati, i giovani in cerca di lavoro, gli immigrati e in generale le fasce deboli della popolazione che non usufruiscono di questa rete integrativa di prestazioni socio-sanitarie che va a supplire quello che il pubblico non garantisce. Questi soggetti non possono rimanere esclusi ed è impegno e obiettivo del sindacato rappresentare nei confronti delle istituzioni ma anche del privato e del Terzo settore, le loro esigenze.
• Va ridefinito il rapporto fra pubblico e privato stabilendo una volta per tutte cosa fa il primo. Per intenderci quali sono le prestazioni socio-sanitarie-previdenzialiuniversalistiche garantite a tutti, indipendentemente dalle condizioni sociali e di reddito. Da qui si deve partire per ridefinire il rapporto con il privato che, inevitabilmente considera prioritario l’aspetto economico, ma nel contempo deve assumere l’idea di avere una funzione sociale, integrativa e non alternativa al servizio pubblico.
Questi sono i cardini, le direttrici lungo le quali deve svilupparsi il processo di ridefinizione del sistema di welfare. Il rischio, proprio a partire dalla pubblica amministrazione, è che gli utenti, cioè tutti noi, siano trattati come numeri e non come persone, con sensibilità ed esigenze specifiche. Anche la giusta innovazione tecnologica, che di per sé è positiva e comunque ineluttabile, se non ben gestita rischia, oltre a non raggiungere i risultati di efficienza e rapidità delle procedure per cui sono stati fatti gli investimenti, di diventare ‘disumanizzante’nper i destinatari. Prendiamo ad esempio i pensionati in balia delle innovazioni telematiche dell’Inps: nemmeno i giovani nativi digitali riescono a districarsi nelle procedure per la richiesta del Buono cultura, figuriamoci gli anziani che nemmeno sanno com’è fatto un computer. Meno male che ci sono i Patronati che continuano ad assolvere il compito di mediazione tra pubblica amministrazione
sempre più complicata e povera gente. Perché, appunto, gli utenti sono persone e non numeri da iscrivere in un bilancio economico.

27/10/2017
Danilo Galvagni - segretario generale Cisl Milano Metropoli
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