REGIONE LOMBARDIA
La riforma sanitaria alla prova paziente (e del 4 marzo)

Su Job di febbraio faccia a faccia tra Giulio Gallera (assessore uscente al Welfare, Forza Italia) e Carlo Borgetti (commissione Sanità, Pd), più intervista a Marco Bosio, direttore generale dell'Ats milanese, sul piano di presa in carico della cronicità.

I servizi sulla sanità lombarda e milanese sono disponibili sulla versione online di Job (CLICCA QUI) di seguito il commento di Giuseppe Oliva responsabile Welfare di Cisl Milano Metropoli

 

Un conto sono i principi, un altro l’applicazione degli stessi. Che ci fosse la necessità di mettere ordine al sistema socio sanitario lombardo non ci sono mai stati dubbi. Le liste d’attesa, ancora troppo lunghe; l’affollamento dei Pronto soccorso per prestazioni che non si possono considerare d’emergenza che permane; l’eccessiva attenzione alle strutture ospedaliere rispetto ai servizi sanitari distribuiti sul territorio anche in considerazione del necessario collegamento con quelli sociali. Tutte questioni che andavano affrontate. Il modello Formigoni, al netto degli scandali, aveva fatto il suo tempo e la riforma varata nell’agosto del 2015 andava fatta ed è stato bene che sia stata fatta. I punto è come la legge viene applicata, nel merito e nel metodo. E’ vero che per dare giudizi ponderati ci vuole tempo, tuttavia l’impressione è che ci sia stata una certa fretta nel fare certe scelte, con il dubbio che i tempi siano stati dettati più da ‘esigenze’ di fine legislatura che dalle effettive ricadute sui cittadini. L’esempio lampante di questa fretta è la ‘presa in carico della cronicità’: un piano di principio condivisibile ma che forse avrebbe richiesto una fase di sperimentazione prima di andare a regime. Forse bisognava prima estendere e rafforzare i servizi decentrati non solo a Milano città, dove comunque l’offerta è sempre stata elevata, ma anche nei territori  periferici. E poi la questione dei medici di famiglia (nel milanese solo il 32% ha risposto positivamente al primo bando per diventare Gestori della cronicità) va affrontata e risolta perché senza di loro è impensabile programmare una vera politica sanitaria che abbia come perno il territorio. A questo proposito la decisione dell’Ats milanese di chiudere il poliambulatorio di via Ripamonti e altre strutture del genere non ci ha convinto. Anzi, ci sembra che scelte del genere contraddicano proprio lo spirito della Riforma.

In conclusione, senza la pretesa di fare tutto e subito, dopo due anni e mezzo  ci aspettavamo qualcosa di più. Vediamo come i pazienti cronici risponderanno all’offerta della presa in carico, vediamo come si comporteranno i Gestori e se il loro interesse sarà veramente funzionale al servizio pubblico e non solo alla convenienza economica, se le liste d’attesa si accorceranno veramente.  Vediamo anche cosa si farà per i territori (lodigiano, legnanese, magentino) e come si concretizzerà la seconda parete della riforma, ovvero l’integrazione indispensabile tra area sanitaria e area sociale, anche alla luce dello sviluppo del nuovo welfare.

Speriamo che dopo il 4 marzo, finite le fregole elettorali, si torni a ragionare con maggiore serenità sul futuro della sanità pubblica a Milano e in Lombardia

20/02/2018
di Fabrizio Valenti
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