INVERUNO
Italdenim: cento posti a rischio

La storica azienda ha realizzato jeans per le più prestigiose griffe. Poi è arrivata la concorrenza e la manodopera dei mercati asiatici. Il rischio è la chiusura, malgrado qui ci sia già il prodotto del futuro.

LEGNANO – Nuvole sempre più nere si addensano sulla Italdenim di Inveruno, la storica azienda – attiva con la famiglia Caccia dal 1974 – che produce jeans per le più prestigiose griffe al mondo.  Una situazione sempre più critica dal 2008 ad oggi che ha portato all’apertura di un concordato e poi – decisione della scorsa settimana – alla dichiarazione di fallimento da parte dei giudici del Tribunale di Milano.  A questo punto – come hanno spiegato ieri pomeriggio alla conferenza stampa organizzata presso la sede della Cisl di Legnano, Vito Zagaria della Femca Cisl componente della segreteria di comparto assieme a Beppe Oliva responsabile welfare della Cisl Milano Metropoli e la delegazione della RSU composta da Daniele Calcaterra, Emanuela Iovine e Lucia Heredia -  a rischiare molto seriamente di restare a casa sono un centinaio circa di lavoratori (67 come Italdenim e 37 come Pulldenim la consorella nata più di recente per la commercializzazione del prodotto).

“Ufficialmente – hanno  ricordato i lavoratori – siamo sospesi. Ma è chiaro che la situazione è molto complicata. Servirebbe l’intervento del curatore perché il prodotto è buono ed altamente innovativo. Abbiamo bisogno di altro tempo”. Già, perché è questo il paradosso tutto italiano (ma non solo). “Qui alla Italdenim – ha rilevato  Daniele Calcaterra – abbiamo un prodotto di qualità che inquina pochissimo e che, anzi, ha ottenuto riconoscimenti importanti da Greenpeace. Certificazioni che nessuno possiede nel nostro Paese. A livello di sostenibilità ambientale siamo davvero avanti, ma a nessuno questo pare interessare”. “Manca una legislazione capace di premiare – ha sottolineato anche Zagaria – chi con coraggio e passione persegue questa strada”.

Così meglio andare a far produrre i jeans in Turchia o in altri paesi asiatici (vedi Pakistan o Bangladesh) dove la manodopera costa molto meno, ma soprattutto non c’è alcuna sensibilità rispetto alle tematiche ambientali.  Eppure, alla Italdenim ci credono ancora. “L’altro giorno – hanno testimoniato i lavoratori – quando è arrivata la comunicazione del fallimento, c’era gente che l’indomani avrebbe voluto continuare a lavorare”. 

Perché mai come alla Italdenim c’è piena unità d’intenti, naturalmente nel rispetto dei ruoli, tra imprenditori e controparte sindacale. “Avremmo potuto metterci a fare le barricate ma solo per un discorso d’immagine   - ha evidenziato Zagaria – ma poi? Con quale esito? Solo quello di chiudere l’azienda già da tempo. In una vicenda del genere, bisogna ammettere che la famiglia Caccia ha investito parecchi milioni di euro e i lavoratori responsabilmente hanno accettato questa sfida che fin dall’inizio era tutta in salita”. E, in effetti, nonostante tutte le criticità di questo decennio, i dipendenti dell’Italdenim sono stati pagati regolarmente fino alla fine di marzo. Certo, mancano all’appello tre stipendi arretrati, un tredicesima e poco altro. “In dieci anni – ha aggiunto Calcaterra – abbiamo remato tutti dalla stessa parte. Abbiamo accettato in alcuni periodi di prendere lo stipendio a rate, ma siamo arrivati fin qui e, ribadisco, noi siamo convinti, che qui c’è il prodotto del futuro”. Peccato, come capita spesso, che il mercato non sia ancora pronto o non voglia esserlo. Al pari delle istituzioni che sia in ambito nazionale che comunitario non premiano certo i virtuosi. 

“Questi – purtroppo ha concluso Beppe Oliva – sono i riflessi dell’onda lunga della crisi che dal 2008 ha colpito anche l’Alto Milanese. Così oggi vediamo che anche chi ha resistito strenuamente, si trova senza ossigeno per andare avanti, benché anche da questo territorio giungano segnali di ripresa incoraggianti. Ripeto, spero tanto che il giudice ci ripensi”.

24/04/2018
Fabrizio Valenti - fabrizio.valenti@tin.it
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