Don Barbareschi: se n'è andato il prete-partigiano del Ribelle

E' scomparso a 96 anni don Giovanni Barbareschi, prete-partigiano, amico di don Carlo Gnocchi e vicino al cardinal Carlo Maria Martini. Di seguito l'intervista realizzata per il volume "Partigiani senza fucile", curato da Job, la rivista della Cisl di Milano.

Di seguito l'intervista realizzata per il volume "Partigiani senza fucile", curato da Job, la rivista della Cisl di Milano. Sulla pagina Facebook Cisl Milano Metropoli Social la videointervista

L’arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster, il 10 agosto 1944, lo mandò, ancora diacono, a benedire i corpi delle 15 persone assassinate dai fascisti in piazzale Loreto. Don Giovanni Barbareschi, nonostante all’epoca fosse poco più che ventenne, è stato un punto di riferimento importante della Resistenza ai nazifascisti. Amico di  don Carlo Gnocchi e prezioso collaboratore del cardinale Carlo Maria Martini, oggi ultranovantenne racconta ancora con emozione quegli anni terribili.  
Com’è entrato nella Resistenza?
Il fascismo è caduto il 25 luglio 1943. Da lì, all’armistizio con gli alleati firmato l’8 settembre dello stesso anno, c’è stato un periodo di intermissione in cui si sono organizzati gli antifascisti e i partigiani. L’armistizio è una  data importante. L’8 settembre, io e don Carlo Gnocchi, siamo andati dal cardinale Schuster e gli abbiamo detto: noi vogliamo entrare nella Resistenza. Il cardinale si è inginocchiato un momento, poi si è rialzato e ci ha detto: fate quello che vi chiede la coscienza. Così è iniziato il mio periodo nella Resistenza.
Che ruolo ha avuto?
Il contributo principale l’ho dato all’organizzazione dei passaggi in Svizzera di ebrei, ricercati perché renitenti alla Repubblica di Salò, americani e inglesi. Passaggi fatti in tanti modi: a piedi, attraverso il lago d’Emet (sopra Monte Spluga, in Lombardia) per i giovani; “comprando” il via libera (di funzionari, militari e doganieri) nel caso di persone anziane o malate. Si compravano quelli di qui e quelli di là: i fascisti e i tedeschi. Un altro ruolo che ho ricoperto è stato quello di cappellano delle Fiamme Verdi, un gruppo di giovani, non un partito, che si ribellavano alla dittatura fascista. I capi erano a Milano, mentre le piccole formazioni  stavano in montagna, soprattutto nel bresciano. 
Ricorda qualche episodio particolare?
Ne cito uno. Ero con un gruppo di Fiamme Verdi sui monti sopra Darfo, quando ci viene segnalato che una squadra di SS sta salendo verso il nostro rifugio. Tra noi c’è un ferito, che andava trasportato. Questo ferito viene da me, cappellano, con una pistola in mano e mi dice: uccidimi tu, perché se mi prendono mi fanno parlare e io non voglio tradire. Abbiamo costruito una barella e l’abbiamo salvato, ma è stato un momento fortissimo, il più duro e difficile della mia vita partigiana.
Il cardinale Schuster l’ha mandato a benedirei corpi dei martiri di piazzale Loreto: cosa ricorda di quell’episodio?
Quando, per vie segrete della Resistenza, siamo riusciti a sapere di questo martirio, con don Carlo (Gnocchi, ndr.) sono andato dal cardinale Schuster e gli ho detto: Eminenza, è venuto il tempo che lei faccia una processione per tutto corso Vittorio Emanuele fino a piazzale Loreto. Lui ha chiesto consiglio e poi ci ha detto: no, mi hanno suggerito che non è prudente. Ma poi ha aggiunto: vai tu al mio posto, porta la mia benedizione alle persone fucilate. Io allora ero diacono, non ero ancora prete. Ma il cardinale mi ha mandato lo stesso. Sono andato, mi sono inginocchiato davanti alle salme, le ho benedette. Poi ho frugato nelle loro tasche per cercare gli ultimi bigliettini con le parole che avevano scritto, per recapitarli ai genitori, alle fidanzate, alle persone a cui avevano pensato prima di morire. Biglietti scritti con il sangue, pungendosi le dita. Indimenticabile. Ma ho un’altra cosa da dire sul cardinale Schuster.
Prego…
Io ad un certo punto fui arrestato e mandato in carcere, nella cella 102 del Raggio Quinto (a San Vittore). Picchiato, interrogato e torturato, ero stato liberato solo grazie al suo intervento sui comandi tedeschi. Una volta fuori, andai subito in arcivescovado per ringraziarlo. Appena mi vide uscendo dal suo studio, avevo ancora addosso la divisa di San Vittore, mi venne incontro e si inginocchiò davanti a me. Avevo 23 anni. Mi baciò le mani e mi disse: così, nella primitiva Chiesa, facevano i vescovi davanti ai martiri. Il mio vescovo inginocchiato davanti a me perché mi considerava un martire: stupendo!
Lei, negli anni dell’occupazione nazista, è stato tra i fondatori del giornale il Ribelle.
Il giornale l’abbiamo fondato in sei, sette amici, tra cui Teresio Olivelli, Claudio Sartori, don Enrico Bigatti. In questo giornale abbiamo detto cosa volevamo essere: non un partito, ma un gruppo di persone che lottava contro la dittatura e per la libertà. La libertà è il vertice dell’uomo: non mi interessa diventare santo, ma un uomo libero. Libero nelle mie idee, nei miei gesti, dai condizionamenti. Ci si abitua a tutto purtroppo e glielo dico da prete: ci si può abituare anche a dire Messa. Mi viene in mente, al riguardo, mia mamma alla mia prima Messa, celebrata il 10 agosto del 1944 a Santa Maria Castello, a Milano, davanti al teatro Dal Verme. Le parole del monsignore di turno non le rammento, ma quelle di mia mamma, inginocchiata davanti a me in sacrestia, che mi bacia le mani, le ho stampate qui, in testa: ti auguro e ti chiedo – mi disse - che su quelle dita che oggi, per la prima volta, hanno stretto l’Ostia, non si formi mai il callo dell’abitudine.  
Cosa resta a 70 anni di distanza di quei valori?
Poco o niente. Certi valori per i quali abbiamo combattuto - la lealtà, la fraternità, la solidarietà – nella società di oggi non ci sono più. Io sono stato in carcere a San Vittore e noi del Raggio Quinto eravamo una comunità. Ci vedevamo un’ora al giorno, ma eravamo sicuri che ciascuno sarebbe morto per non tradire l’altro. Noi eravamo abituati che quando un prigioniero tornava da un interrogatorio e non aveva parlato, alzava il braccio destro. Se non lo faceva era pericoloso, perché significava che poteva avere rivelato qualcosa. Una volta, dopo un interrogatorio molto pesante, durante il quale mi avevano spezzato un braccio, fui riaccompagnato in cella da suor Enrichetta, la madre superiora delle sorelle che operavano nel carcere. Con una presenza unica, davanti al fascista e al tedesco, disse: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E aggiunse: tra noi religiosi ci si saluta così. Mi aveva fatto alzare il braccio di quel tanto per far capire ai compagni di cella che non  c’era pericolo. Pensi alla grandezza di quella donna. Un esempio perfetto di coerenza e di forza.
Lei ha speso parole importanti sul ruolo delle donne nella Resistenza.
La Resistenza l’hanno fatta soprattutto le donne. Ospitando in casa i partigiani, portando biglietti. La Resistenza armata è stata relativa e molto aiutata dagli americani. La vera Resistenza l’hanno fatta le donne, con la loro capacità di donazione, di sacrificio, di rischio.

Chi era
Don Giovanni Barbareschi (1922-2018), sacerdote, è Giusto tra le Nazioni e Medaglia d’argento della Resistenza. Amico di don Carlo Gnocchi e di padre David Maria Turoldo, ha svolto la sua intensa attività pastorale nella Diocesi di Milano. Nel 2011 ha ricevuto l’Ambrogino d’Oro, massima onorificenza del Comune di Milano. E’ stato vicino al cardinale Carlo Maria Martini.
 

 

05/10/2018
Mauro Cereda - mauro.cereda@cisl.it
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