SITUAZIONE IN LOMBARDIA
Amianto, ancora 30 anni per smaltirlo

Parla il segretario regionale Cisl Lombardia, Pierluigi Rancati. "Anche i parenti delle vittime corrono rischi. Per la bonifica richiesti stanziamenti in Finanziaria".

I sindacati hanno richiesto nella Finanziaria lo stanziamento di fondi per l’emergenza amianto. In Lombardia ci sono stati 6.000 casi di mesotelioma pleurico tra il 2000 e il 2016. Le previsioni parlano di 11.274 malati nel periodo 2000-2029, quindi da qui al 2029 saranno almeno altri 4.500 i nuovi casi di mesotelioma. Bisogna curare chi è stato esposto e fare i conti con l'aspettativa di vita degli ex-esposti più bassa della media dei lavoratori italiani. A 26 anni dalla sua messa al bando, in Lombardia si registra ancora il 33% della presenza totale di amianto in Italia, con oltre 207.000 siti censiti, di tipo pubblico (12%) e privato (88%), che rilevano materiali contenenti amianto per quasi 6 milioni di metri cubi, 1,5 dei quali in matrice friabile, che ancora necessitano di interventi di bonifica e smaltimento.

Ne abbiamo parlato con Pierluigi Rancati, segretario Cisl Lombardia con delega alla sicurezza sul lavoro.

Che situazione è?

Non siamo a buon punto perché l’esposizione all’amianto è molto insidiosa, ha una lunga latenza, e i soggetti che sono stati esposti al materiale anni fa possono portare ancora conseguenze. Siccome la latenza è lunga, se l’amianto non è ancora rimosso dall’ambiente continuerà ad mietere vittime. Sia per malattia correlata che per conseguenze all’esposizione. L’amianto si è usato ovunque in ogni impensabile manufatto, nei garage e nei sottotetti delle nostre case. I 26 anni della messa al bando non sono stati sufficienti a liberarcene. Se tutti facessero la propria parte non basterebbero altri 30 anni per liberarcene. 

Questo però non ci esonera dal mantenere alta la guardia. Cosa si può fare?

Non c’è obbligo dell’amministrazione pubblica a disfarsene ma solo prescriverne bonifica e indicare programmazione sui siti. La mappatura si è fatta ma è incompleta, ogni anno si aggiorna. Il 30% delle rimanenze di amianto in Lombardia sono a matrice friabile e il deterioramento le rende pericolose. Occorre vigilare sullo smaltimento, anche se i recenti roghi di discariche non hanno portato notizie di coinvolgimento dell’amianto anche perché l’amianto non è sottoposto a combustione. Più facile trovarlo disperso in ambienti senza protezione o cura, e lì occorre segnalarlo. 

Come si procede?

La politica di smaltimento in Lombardia si poggia solo due discariche con 600mila metri cubi in totale, nel Bresciano e nel Pavese. Il resto dell’amianto viene poi instradato in impianti all’estero. In Austria e Germania già dicono che non potranno farlo per troppo tempo. O si riesce a pensare a metodi efficienti a casa nostra, anche in previsione di migliorie tecniche che renderanno innocuo lo smaltimento, o non ci sarà uscita. Una delle cose che si potrebbe fare è coinvolgere i comuni per fare sedi di prossimità di smaltimento amianto. 

Come si fa a coinvolgere la popolazione?

C’è bisogno un’informazione capillare ai cittadini per far conoscere i rischi sanitari, promuovere modalità corrette di bonifica anche negli edifici civili. La procedura di smaltimento dei privati è molto rigida e precisa e questo spesso favorisce fenomeni di abbandono. Non capisco l’allarme-amianto quando si scoprono degli edifici che lo contengono. L’allarme è oggi, è accorgersi che si tiene l’amianto in queste condizioni ambientali vicino a noi. A che serve demonizzare la discarica sotto casa se poi ce l’abbiamo sotto il naso?

Cosa succederà a breve?

Dal punto di vista sanitario ci aspettiamo che il picco di nuovi casi di mesotelioma avverrà nei prossimi 4 anni. È un tumore che riguarda la membrana di polmoni. Mi preoccupano le tubature idriche al Sud Italia, in amianto, anche se il contatto non è con materiale sbriciolato, sono usciti nuovi studi che collegano altri tumori ad altre forme di esposizione. Bisogna rivedere la politica di risarcimento, per ora ferma ai lavoratori che sono venuti a contatto del materiale fino all’ottobre 2003. E l’esposizione ambientale riguarda tristemente anche i famigliari, quando i lavoratori portavano a casa particelle sui vestiti o addosso.

21/11/2018
Christian D'Antonio
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